Immagina di vivere in una città in cui tutti i residenti hanno deciso, volontariamente, che lo zucchero è illegale. I supermercati non lo vendono, e la principale materia a scuola è l’educazione alimentare.
Oppure, immaginane una in cui internet si spegne ogni sera alle 21:00. I telefoni smettono di funzionare, perché così ha deciso la comunità.
O ancora, una città costruita attorno a un’idea radicale: vivere il più a lungo possibile. Cliniche sperimentali a ogni angolo della strada, test genetici rimborsati.
Ora, immagina che tutte queste città esistano contemporaneamente, sparse per il mondo.
Che i loro cittadini si siano conosciuti online prima ancora di incontrarsi dal vivo.
E che, passo dopo passo, stiano cercando di diventare Stati indipendenti dalle democrazie.
L’uomo che vuole trasformare questa idea in realtà si chiama Balaji Srinivasan.
Non è un politico né un accademico. È un imprenditore della Silicon Valley.
Classe 1980, ex CTO di Coinbase, exchange di criptovalute.
E soprattutto autore di una tesi radicale:
Nel futuro dell’umanità non c’è spazio per gli Stati-nazione democratici.
Questa teoria ha un nome preciso: il Network State.
Cos’è e perché nasce un Network State
Il progetto di Srinivasan parte da un’idea ormai diffusa tra molti leader della Silicon Valley: gli Stati-nazione — inclusi quelli democratici — sono diventati macchine lente, costose e incapaci di innovare.
Lo Stato attuale è paragonato a un vecchio software che non può essere aggiornato. Le leggi cartacee sono viste come reliquie del passato. La burocrazia è un sistema obsoleto. Il voto è un meccanismo troppo lento.
La soluzione, però, non è cambiare la forma di governo o influenzare la politica tramite il voto, ma uscire dalla democrazia.
Srinivasan chiama questa strategia exit: invece di cambiare lo Stato dall’interno, costruirne uno nuovo da zero.
Cos’è, quindi, in concreto un Network State?
È l’opposto esatto dello Stato-nazione in cui viviamo.
Lo Stato-nazione tradizionale nasce conquistando o ereditando un territorio. Dentro quei confini finiscono milioni di persone diverse, con valori, culture e interessi spesso incompatibili tra loro. La politica diventa il tentativo — per definizione conflittuale — di tenere insieme questa eterogeneità attraverso leggi, burocrazia e compromessi.
Al contrario, il Network State non nasce in un territorio specifico. Nasce online: prima si forma una comunità che segua un principio morale superiore (per esempio: l’avversione comune allo zucchero). Persone sparse nel mondo iniziano a riconoscersi, organizzarsi, finanziare progetti comuni, creare un’economia interna — spesso basata su criptovalute — e incontrarsi fisicamente.
A quel punto, avviene il passo decisivo: la comunità inizia a comprare pezzi del mondo reale. Appartamenti, quartieri, villaggi. Nodi fisici distribuiti che, collegati tra loro, formano un arcipelago globale.
Da qui, la comunità richiede il riconoscimento esplicito da parte degli Stati esistenti.
Dal cloud siamo arrivati al territorio.
L’idea sembra futuristica. In realtà ha una storia antichissima.
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Città-Stato high tech?
Per buona parte della storia europea, lo Stato-nazione non esisteva. L’unità politica dominante era la città-Stato.
Alcuni esempi: Atene e Sparta nella Grecia antica; Firenze, Venezia e Genova nel Rinascimento; le città della Lega Anseatica nel Nord Europa.
Rispetto agli Stati-nazione, queste città avevano una dimensione molto ridotta, una grande omogeneità culturale ed economie fortemente specializzate.
La principale dinamica geopolitica consisteva nella competizione perpetua e spietata tra città: commercio, innovazione, alleanze, guerre e rivalità costanti. Le città prosperavano o declinavano in base alla loro capacità di attrarre mercanti, capitali, artigiani e talenti. Non esisteva l’idea di un cittadino “bloccato” per nascita dentro un grande Stato: esistevano comunità che dovevano rendersi desiderabili per sopravvivere.
In altre parole, la politica funzionava più come un mercato che come un monopolio. Ed è esattamente questo modello che molti teorici libertari e imprenditori tecnologici vogliono riportare in vita.
Avanti veloce a dopo la Rivoluzione francese. Gli Stati-nazione hanno ormai rimpiazzato totalmente il modello di città-Stato.
Ma iniziano a manifestarsi i primi nostalgici. Lo storico svizzero Jacob Burckhardt descrive il Rinascimento italiano come l’età d’oro dell’individualismo e delle città-Stato competitive:
«Nel Medioevo l’uomo era consapevole di sé soltanto come membro di una razza, di un popolo, di un partito, di una famiglia o di una corporazione. In Italia quel velo si dissolse per la prima volta.»
J. Burckhardt, The Civilization of the Renaissance in Italy, 1860
Ma il vero ritorno dell’idea di città-Stato si ha con la diffusione delle idee libertarie a fine Novecento.
Nella sua critica radicale alla democrazia, Hans-Hermann Hoppe immagina società fondate su comunità volontarie e contrattuali: le covenant communities, descritte in Democracy - The God That Failed. Spazi politici piccoli, omogenei, governati da accordi privati più che da istituzioni rappresentative.
Con l’arrivo di Internet, questa visione compie un ulteriore salto. Nel 1997, il libro The Sovereign Individual di William Rees-Mogg e James Dale Davidson anticipa un mondo in cui la tecnologia permette agli individui più ricchi e mobili di sottrarsi progressivamente al controllo degli Stati, scegliendo giurisdizioni come si scelgono servizi.
È qui che la città-Stato smette di essere nostalgia storica e diventa il progetto politico del futuro.
E la teoria non è più solo teoria: negli ultimi anni sono iniziati i primi esperimenti concreti. E si intrecciano col movimento neoreazionario di cui abbiamo ampiamente parlato nei precedenti articoli.
Praxis, finanziata, tra gli altri, dal solito Peter Thiel, è una comunità online che punta a formare la prima nazione digitale per “rivitalizzare la civilizzazione occidentale”.
In Honduras è nata Próspera, una zona economica speciale con propria governance interna.
Entrambe queste città-Stato sono finanziate da Pronomos Capital, società di Patri Friedman (pronipote del grande economista libertario Milton Friedman).
L’obiettivo? Creare “migliori leggi, migliori vite” con un network di città sovrane che superino le istituzioni tradizionali.
La trappola del Network State
All’apparenza, il Network State non sembra un progetto pericoloso. Al contrario: ci consentirebbe di vivere con persone che condividono i nostri stessi valori; la competizione tra città favorirebbe un’innovazione costante; meno burocrazia, meno tasse, meno pressioni dell’autorità statale sugli individui.
In poche parole: più libertà per tutti.
Questa narrazione non tiene conto di alcuni elementi cruciali.
Nel Network State non saremmo più cittadini, ma utenti abbonati. I nostri diritti diventerebbero termini di servizio stipulati con aziende private.
La solidarietà garantita dalle democrazie verrebbe a mancare. Welfare, servizi universali, redistribuzione: tutto ciò che oggi esiste perché condividiamo un destino comune verrebbe sostituito da servizi a pagamento, accessibili solo a chi può permetterseli.
La distopia di Srinivasan darebbe vita a un mondo in cui i più ricchi possono scegliere città iper-efficienti, sicure, tecnologiche, con cliniche sperimentali e scuole d’élite, mentre chi non può permetterselo resta fuori, nelle periferie meno attrezzate del pianeta.
Il Paradiso e l’Inferno separati da pochi chilometri di distanza.
E infine: la morte del confronto democratico. Persone confinate in roccaforti ideologiche costruite su misura, in cui un unico principio morale regna incontrastato. In cui si può vivere insieme solo se la si pensa allo stesso modo.
Finché la minima differenza col prossimo diventerà motivo di secessione, e ognuno di noi finirà per vivere con l’unica persona che non potrà mai contraddirlo: sé stesso.
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C’è una contraddizione nel progetto: l’accumulo di ricchezze sempre oltre la misura umana impone a chi le ha di avere sistemi giuridici che le proteggano e le garantiscano , ciò che solo un’autorità statale può elargire in quanto legittima titolare dell’uso della forza (l’alternativa sarebbe la sopraffazione pura, ma così a , parte la precarietà immanente, il sistema non reggerebbe). È chiaro che altro è lo Stato altro lo Stato democratico. Non si vuole la democrazia, e si dice di ripudiare lo Stato. Ma si vuole lo Stato autoritario e dittatoriale: con catena di comando corta e sottomessa ed esercito fedele. Esercito neppure più: i robot le macchine ed i droni sono soldati con super poteri, assolutamente fedeli e non timorosi di morire.
Il progetto insomma non conduce alla libertà, neppure dei fortunati che vi vengono ammessi (prima o poi saranno sottomessi anche loro).
Semmai lo Stato va superato da entità sovra nazionali, super Stati capaci di fronteggiare le super potenze economiche che una politica dormiente e sottomessa (Infantinile mi vien da dire) ha fatto sino a qui prosperare e comandare
The network society di Castells del 2003 lo spiega benissimo e in termini entusiastici. Poi nel 2021, ne ha visto i limiti enormi e lo ha spiegato in “The network society revisited”